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    27 dicembre 2008

    Dialogo sulle pr

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    Nei giorni scorsi, grazie al blog di Alessandro Longo, ho letto della discussione nata sul modo in cui si fanno relazioni pubbliche in Italia e sul rapporto tra pr e giornalisti. E non è la prima volta che emerge questa questione. Pochi mesi fa aveva fatto molto parlare anche l’intervento di Beppe Severgnini sull’usanza di inviare mail a mailing list infinite, finendo per fare “spam” anziché comunicazione.

    Pur essendo noi una società che fa delle pr e dell’ufficio stampa il suo core business, ci troviamo d’accordo con quanto hanno scritto Longo e Bianchessi. Non fare bene questo lavoro significa non raccogliere risultati, nè per se stessi e nè per i propri clienti.

    Non condivido chi fa pr inviando mail “spam” a centinaia di indirizzi indistintamente. Per ciascuna notizia da proporre va fatta una selezione a monte di quel gruppo di giornalisti, o di quel giornalista specifico, che per temi, interessi personali, argomenti trattati, può essere interessato a scriverne. Tutto ciò, ovviamente, quando c’è una notizia. E anche qui sta la capacità di chi fa il nostro lavoro: individuare le storie che sono notizie, che abbiano una particolarità, uno spunto originale, che forniscano un punto di vista nuovo su una questione.

    Per fare questo è fondamentale l’esperienza acquisita ma anche la conoscenza profonda del lavoro di giornalista. Noi di PressCom, ad esempio, abbiamo avuto tutti esperienza giornalistica e ne facciamo un nostro elemento distintivo, perché ci consente di comprendere quali sono le logiche che guidano un giornale e ci aiuta a vedere una questione da diverse angolature, non solo la nostra o quella del nostro cliente ma soprattutto quella del giornalista e, in conclusione, quella del lettore finale a cui è destinata la notizia. Non si deve mai perdere di vista che ogni notizia deve essere informazione utile per chi legge, che sia un consumatore, un investitore, un utente.

    Sono assolutamente d’accordo con quello che scrive Bianchessi:

    “Quello che Michael chiama “actual relationship building” è esattamente questo. Si fornisce “valore” al giornalista e si riceve in cambio attenzione per i contenuti che le aziende vogliono tramettere.”

    Un buon rapporto con il giornalista, costruito nel tempo grazie alla stima e alla fiducia reciproca, aiuta chi fa pr a sapere cosa lo interressa e fornirgli, così, una notizia tarata su di lui. Fare spamming non è sempre la soluzione che porta più risultati. Piuttosto, a volte dà più risultatti una sola telefonata mirata al giornalista di riferimento per quel tema. Quando si costruisce questo rapporto di stima sono spesso i giornalisti stessi che chiamano il pr, perché sanno che da lui avranno notizie vere, accurate e interessanti.

    Tenere ben scolpiti in mente questi elementi permette di fare pr nel modo più giusto. Ad essere meno perseguitanti e più “utili”.

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    Commenti

    1. Un commento al volo per ringraziarti dell’attenzione e sperare in un 2009 in cui le aziende comincino a riflettere con più attenzione su come spendono il loro budget di comunicazione. A risentirci. Enrico

      commento di Enrico Bianchessi — 14 gennaio 2009 @ 15:28

    2. Concordo, in questo momento di difficoltà per l’economia globale le aziende si stanno ripensando, soprattutto cercando di ottimizzare la produzione e dedicando un’attenzione particolare al new business e ai costi. E comunicare la propria realtà usando le sfumature giuste ed il tono più adeguato diventa imprescindibile. Sempre che se ne conoscano appieno i meccanismi! Come ha affermato Giampaolo Fabris: per paralre ai clienti non occorrono super budget, piuttosto bisogna fare buona comunicazione, lanciando messaggi densi di contenuti informativi.

      commento di Roberta Maccagnani — 20 gennaio 2009 @ 17:34

    3. Come non esser d’accordo, ma occorrerebbe mettere in conto che il 90% dei casi, si ha le mani legate dall’azienda. Questo mette in dubbio la deontologia del valore notizia, perché in quel caso la notizia non ha molto di informativo ma piuttosto di comunicazione si parla. Ammettiamo questo e guadagneremo in onestà. Poi che ci sono giornalisti che non vedono l’ora di vedere il press kit fatto a pennello, con tanto di dati, schede tecniche argomentate e con la boria di avere il privilegio di suonare a cassa di risonanza, questo è un altro discorso, che pertiene alla mancanza di professionalità del giornalista. E in un qualche modo è la nostra legittimazione.

      commento di Emanuele De Candia — 9 maggio 2009 @ 01:59

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