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    30 aprile 2009

    Salone del Mobile 2009. Paura e delirio a Milano

    Claudio Ferri di Febal con Christian Chivu dell'Inter, ospite d'onore al fuorisalone Febal

    Claudio Ferri di Febal con Christian Chivu dell'Inter, ospite d'onore al fuorisalone Febal

    Anche quest’anno siamo sopravvissuti alla frenesia del Salone del Mobile di Milano e per fortuna non eravamo in giro la sera del 23, che entrerà nella storia per il maxi ingorgo dovuto alla concomitanza del “Salone dei record“, del concerto di Laura Pausini e della semifinale di Coppa Italia, oltre che alla chiusura al traffico di zona Tortona senza prima aver avvisato i residenti.

    Abbiamo seguito il fuorisalone del nostro cliente Febal e devo dire che i risultati sono stati molto gratificanti: molti giornalisti e molti commenti positivi. A quanto ci dicono i ragazzi dello showroom, erano anni che non si vedeva un tale movimento nel periodo del Salone. Febal ha presentato la sua linea Over che risponde a una viva esigenza dei propri clienti (i punti vendita): fare margine, più che fare volumi. Le cucine Trend e Vogue, le prime di Over, sono prodotti di fascia elevata e di prezzo raggiungibile, ma non risicato.

    Se, però, penso a un orizzonte più ampio di quello del fuorisalone Febal, ovvero all’intero panorama del Salone e dei fuorisalone, la mia valutazione cambia un pochino. Dicono: tanta gente, tanti espositori, tanti prodotti. Tutto vero. Ma poi a ben guardare di prodotti veramente innovativi, di idee inedite non è che ce ne fosse poi così abbonanza. Insomma, molta adrenalina e poco coraggio.

    Mi viene il dubbio: non è che i numeri sbandierati dal Salone siano da interpretare più come “effetto panico” che “vitalità”? Mi spiego: le cose vanno come vanno, nessuno sa come affrontare la crisi e che si fa? Si va per fiere, a caccia disperata di nuovi clienti. Quanto alle novità, sono un rischio: meglio stare a guardare cosa fanno gli altri e magari scopiazzare in giro: le idee di seconda mano costano meno e sono già collaudate.

    Magari è proprio di questo che ha bisogno l’industria italiana, di prudenza. Probabilmente è la strategia migliore in periodi di recessione: non oso dare valutazioni sulle scelte imprenditoriali e di marketing. Semplicemente, dal mio punto di vista di visitatore curioso, la storia del design italiano che ha vinto la crisi non me la bevo.

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